Januarius e il Capodanno Romano

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Januarius

Il capodanno romano inizialmente era collegato al dio Marte e veniva festeggiato a Marzo, il primo mese dell’anno per i romani, celebrando il risveglio della vegetazione. Durante questo primo capodanno si spegnevano i fuochi nel santuario di Vesta con l’acqua della fonte sacra a Giuturna, moglie di Giano, quindi con legni sacri il fuoco veniva riacceso e venivano sostituite le fronde d’alloro nella reggia. Poi i sacerdoti Salii portavano in processione gli Ancilia, le undici copie dello scudo piovuto dal cielo, insieme allo scudo vero.

Successivamente però il capodanno romano venne spostato al primo gennaio e ci sono varie ipotesi sul quando e chi determinò questo spostamento. Secondo alcuni studi questo avvenne nel 191 a.C. per mano del pontefice massimo Publio Licinio Crasso  con la lex Acilia de intercalatione. Per altri invece il cambiamento ci fu nel 153 a.C.   quando il console Quinto Fulvio Nobiliore, eletto console a  Dicembre come consuetudine in quanto i consoli venivano eletti durante questo mese anche se entravano in carica alle Idi di Marzo, chiese e ottenne dal senato di poter entrare in carica immediatamente dato che doveva domare la rivolta dei Celtiberi in Spagna. Secondo questa teoria da quella volta la sua eccezione divenne la regola e da allora l’anno iniziò il primo di Gennaio. Per altri invece fu Giulio Cesare nel 46 a.C. con la sua riforma del calendario a  stabilire che al primo giorno di Gennaio corrispondesse al Capodanno.

Durante questo nuovo Capodanno erano i consoli a dare il via alle celebrazioni, infatti consultati i sacerdoti e ricevuti gli auspici favorevoli potevano indossare la toga pratexta e ricevere la salutatio. Iniziava quindi la solenne processione aperta dai littori e diretta al Campidoglio dove i consoli ricevevano l’acclamazione pubblica, sacrificavano un toro bianco ed esprimevano i vota publica, ovvero i voti per il benessere dello stato durante la loro magistratura. Gennaio era anche il mese dedicato al dio Giano bifronte che guarda indietro all’anno appena concluso e avanti a quello a venire. In suo onore, durante questa festa,  il Pontifex Maximus offriva a Giano farro con sale e una focaccia fatta con cacio grattugiato, farina, uova e olio per propiziare la benevolenza del dio sui campi e i raccolti. In quel giorno non si faceva vacanza, anzi gli atti lavorativi avevano un valore rituale e quindi i romani facevano l’atto simbolico di lavorare per qualche ora per poi tornare a festeggiare.  Il primo di gennaio infatti c’era l’usanza di invitare a pranzo gli amici con i quali si scambiavano il dono di un vaso bianco con miele, datteri e fichi secchi e ramoscelli di alloro come augurio di felicità e fortuna.

[di Camilla Rinaldi]

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