Maius, maggio e la dea Maia

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Maius

Il nome latino di Maggio, Maius, potrebbe derivare dalla dea romana Maia, antica dea della fertilità, della terra e dell’abbondanza. Alla fine del mese veniva celebrata anche una festa, la Ambarvalia, che doveva propiziare la fertilità dei campi. Ovidio invece nei suoi fasti scrive che Maggio era il periodo consacrato agli antenati, maiores in latino, in contrapposizione con Giugno, Iunius, consacrato invece ai giovani. Secondo Ovidio il mese prenderebbe il suo nome proprio dalla parola maiores.

Festività di Maius/Maggio

9-11-13 Maggio: Lemuria, festa in onore degli spiriti della notte
15 Maggio: Mercuralia, festa in onore di Mercurio
21 Maggio: Agonalia, festa in onore di Veiove, antico dio protettore del bosco sacro del Campidoglio
23 Maggio: Tubilustrium, festa in onore di Vulcano
30 Maggio: Ambarvalia, festa in onore di Cerere celebrata per propiziare la fertilità dei campi

[di Camilla Rinaldi]

In latino: Ovidio (5,  419-444)

Hinc ubi protulerit formosa ter Hesperus ora
ter dederint Phoebo sidera victa locum,
ritus erit veteris, nocturna Lemuria, sacri:
inferias tacitis Manibus illa dabunt.
Annus erat brevior, nec adhuc pia februa norant,
nec tu dux mensium, Iane biformis, eras:
iam tamen exstincto cineri sua dona ferebant,
compositique nepos busta piabat avi.
Mensis erat Maius, maiorum nomine dictus,
qui partem prisci nunc quoque moris habet.
Nox ubi iam media est somnoque silentia praebet,
et canis et variae conticuistis aves,
ille memor veteris ritus timidusque deorum
surgit (habent gemini vincula nulla pedes),
signaque dat digitis medio cum pollice iunctis,
occurrat tacito ne levis umbra sibi.
Cumque manus puras fontana perluit unda,
vertitur et nigras accipit ante fabas,
aversusque iacit; sed dum iacit, ‘haec ego mitto,
his’ inquit ‘redimo meque meosque fabis’.
Hoc novies dicit nec respicit: umbra putatur
colligere et nullo terga vidente sequi.
Rursus aquam tangit, Temesaeaque concrepat aera,
et rogat ut tectis exeat umbra suis.
Cum dixit novies ‘manes exite paterni’
respicit, et pure sacra peracta putat.

Versione in italiano

“Quando poi Vespro avrà mostrato per tre volte il bel volto,
e per tre volte le stelle, vinte, avranno ceduto a Febo,
ci sarà, o notturni Lemuri, il l’esecuzione rituale dell’antica sacra celebrazione:
si daranno votive offerte ai mani silenziosi.
L’anno era più breve, ancora non si conoscevano i pii riti di febbraio
E tu, Giano bifronte, non eri ancora la guida dei mesi;
tuttavia si portavano già propri doni alla cenere del morto,
e il nipote faceva sacrifici espiatori sulla tomba dell’avo sepolto.
Era il mese di maggio, chiamato così in onore degli antenati,
che anche oggi conserva in parte l’antica tradizione.
Quando la notte è giunta alla metà e offre silenzio per il sonno,
e il cane tace, e siete in silenzio voi, variopinti uccelli,
quello, memore dell’antico rito e rispettoso degli dei,
si alza (scalzo: i piedi non hanno impacci)
e dà segnali con le dita, unite al pollice,
perché nessun leggero fantasma si imbatta in lui, se è silenzioso.
Quando ha lavato le mani, rese pure, all’acqua della fonte,
si gira e prima prende le nere fave,
e le getta alle spalle; ma mentre le getta dice: ‘io vi mando queste fave,
con queste fave riscatto me e i miei’.
Dice questa formula nove volte e non guarda indietro: si crede che il fantasma
le raccolga e lo segua alle spalle mentre nessuno vede.
Di nuovo tocca l’acqua, fa risuonare il rame di Temesa,
e chiede che il fantasma esca da casa sua.
Quando ha detto nove volte ‘Mani dei padri, uscite’,
guarda indietro e considera compiuto il rito piamente”.

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